venerdì 24 luglio 2015

Da Rischiatutto ad Affari Tuoi... un pamphlet di Antonio Capitano su "cosa siamo diventati"

Antonio CapitanoConosco Antonio Capitano​ dai primi anni 90, dai tempi dell'Università, quando pieni di speranze ed energia ci tuffavamo, noi che venivamo da radici umili, nel mondo del sapere, da due prospettive diverse:più pacata la sua, un po' più impulsiva la mia. Lui, come lo definiva il nostro amico comune Francesco​ Chicca era il classico "intellettuale moderato di matrice cattolica", avvezzo all'approfondimento e all'analisi come pochi già in quegli anni. Nel suo Pamphlet Da Rischiatutto ad Affari Tuoi c'è tutta la sua storia e i suoi punti di riferimento intellettuali:la storia è quella di un paese che non c'è più, in quest'epoca  intrisa di quiz "generalisti" e dove conta solo la fortuna, mentre invece a Rischiatutto negli anni settanta inventarono addirittura un modo per cacciare il preparatissimo campione pigliatutto;  la storia delle radioline alle orecchie per ascoltare Ciotti, Ameri e Bortoluzzi e di un diverso modo di vivere il calcio, magari più sociale rispetto alle Pay TV e alla solitudine delle partite nelle case; e ancora delle cabine telefoniche nei bar, ancora svolgenti una funzione sociale...la storia della cultura dell'attesa e del sacrificio contrapposta a quella del tutto e subito...il leitmotiv dell'onestà, che oggi è ancor più raro che in passato.
 Dopo questa carrellata di situazioni Antonio ci passa in rassegna i suoi personaggi-chiave, le fonti di ispirazione cui da sempre si rifà e che affondano il proprio agire in un mondo valoriale strutturalmente diverso da quello odierno...da personaggi della stagione universitaria a quelli della sua vita eclettica che si divide fra vita amministrativo-lavorativa,  teatro, lettura,  scrittura e  cultura in genere...la telefonata al grande Norberto Bobbio, punto di riferimento negli studi amministrativistici di Antonio, la gag con Alberto Sordi: "Maestro a me? E che stamo a scola?!" - altro mostro sacro e riferimento costante ai tempi dell'intensa attività teatrale; si passa poi alla possenza difficilmente scalfibile per Antonio dell'economia "etica" di Federico Caffè, alla legalità come principio ispiratore di un'intera vita per Antonino Caponnetto, maestro di Falcone e Borsellino,  e ancora al valore patriottico ed etico della figura di Sandro Pertini. Poi ci si imbatte nei vari esempi di Cucinelli di amore per il proprio territorio e di Mennea per la disciplina e  il rigore morale...per poi passare a Berselli, cui il saggetto è dedicato, intellettuale a tutto tondo che molto ha influenzato il percorso di Antonio, che forse in fondo si ritrova molto nelle sue parole e nel suo ruolo...e di Antonio c'è tutto in questo saggio: la forza trascinante della cultura da trasfondere specie nelle classi dirigenti, che forse potrebbe contribuire a  sconfiggere l'attuale mancanza di "vision", di vedere oltre, di dare un modello, e risanare una politica che si accontenta solo di mantenere "potere contingente"; la voglia di ritrovare anche nelle piazze i valori di una comunità oramai perduti in una sorta di inarrestabile ubriacatura digitale individualistica; il valore delle piccole cose oramai passate in desuetudine...c'è insomma Antonio là dentro e la summa la si ritrova in un capitoletto dedicato a Luca Parmitano, l'astronauta italiano che ha saputo riflettere sulla sua esperienza cercando di lasciare degli insegnamenti  in eredità ai suoi figli: si parla di "abbracciare le difficoltà" intese come  ostacoli che una volta affrontati renderanno più forti e di cercare le sfide perché rendono il passo più sicuro. Nelle difficoltà, ribadisce Antonio, è proprio al bagaglio delle proprie conoscenze  che bisogna affidarsi, perché illuminano il nostro percorso, consci del fatto che doversi mettere in discussione è sempre qualcosa di stimolante. Pamphlet di facile lettura e molto istruttivo, in cui mi sono assai spesso riconosciuto e ritrovato. Grazie Antonio!!

mercoledì 24 giugno 2015

Rieccoci...Le passioni sono quiescenti , ma ci sono sempre...

Dopo un lungo periodo di assenza, voglio inviare  questo post,  solo per pubblicare le due presentazioni-lezioni che ho tenuto il 22 giugno scorso al Corso per Assaggiatori ONAV a Bruxelles, all'Enoteca della Regione Piemonte, dove mi sono cimentato a spiegare agli aspiranti assaggiatori i fondamenti sulla legislazione sul vino, troppo complessa e da semplificare, e il controverso rapporto fra alcool, vino e salute.
Per la legislazione ho tentato di fare una panoramica della legislazione italiana ed europea, cercando in conclusione di spiegare, per sommi capi, il nuovo testo unico sul vino in discussione alla Camera dei Deputati.

Nell'altra presentazione ho cercato di dare delle informazioni su cosa sia un'unità alcolica , sulle dosi consigliate giornaliere del vino e sulle raccomandazioni dell'OMS, sul  valore alimentare di questa bevanda antica, e sui suoi molteplici effetti positivi per alcune malattie, fra tutte quelle cardiovascolari. Il tutto all'insegna della moderazione e del "bere responsabile". E ricordiamci, per dirla con Baudelaire che "Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere".
Questi i link alle presentazioni: 


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martedì 15 aprile 2014

Ornellaia, l'uomo dell'Aia , Bolgheri e i suoi molteplici filar


Nella foto del blog, quella di copertina, ho di proposito messo forse i vini più rappresentativi italiani nel mondo: Sassicaia, Solaia e Ornellaia. Nonostante i puristi forse storceranno la bocca, sempre combattuti nel dare importanza a vitigni che non sono ascrivibili al territorio italiano, ho preferito inserire questi vini piuttosto che altri perché dovunque nel mondo rappresentano magia, prestigio, e in un certo senso generano un certo orgoglio patriottico anche a chi li beve. Ciò ancor di più per un expat che si deve confrontare quotidianamente con una serie di stereotipi che avvolgono, non sempre generando ilarità, l'appartenenza al nostro popolo e la provenienza dal nostro splendido paese. Sì, perché per certe cose sono orgoglioso di essere italiano, e l'enogastronomia è una di queste e devo ammettere che da quando sono qui il ritornello finale della canzone dell'ultimo Gaber risuona spesso e volentieri in certe occasioni nella mia mente ("Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono, io non mi sento italiano, ma per fortuna, per fortuna lo sono!").  Ho avuto poche volte, complice anche una certa "importanza nella spesa", il piacere e l'onore di pasteggiare con questi che il giornalismo negli anni 70, nella specie Robert Parker, guru americano del settore, ha chiamato Supertuscan, per via del fatto che si distinguevano, e nelle intenzioni dei produttori dovevano potersi distinguere, per la differenza e la maggiore struttura,  rispetto ai semplici vini "Tuscan" della DOC Chianti 1967. I disciplinari avevano di fatto un po' appiattito questi vini nella qualità e nel gusto, anche per la non adeguatezza della vecchia formula chiantigiana proposta oramai da un secolo da Bettino Ricasoli, in cui si aggiungeva al blend anche del vino da vitigno a bacca bianca quale il trebbiano, incidendo sulla struttura e sul corpo (rimasto nel disciplinare del Chianti classico fino al 2006): fu grazie alla spinta del nipote Marchese Piero Antinori e del suo consigliere enologo Giacomo Tachis, che Mario Incisa della Rocchetta, che dal 1944 produceva già nella maremma livornese a Bolgheri un vino semplice con un Cabernet Sauvignon importato direttamente dal bordolese dagli amici duchi Silviati, si convinse nel 1968 a commercializzare come Vino da Tavola quello che poi diventerà in seguito un mito, quello del Sassicaia, e che aprirà la strada ad altre sperimentazioni. Di seguito poi vennero il Tignanello nel 1971, il Solaia e il Guado al Tasso, prodotti da Antinori sulle orme di quanto fatto dallo zio, creando una sorta di rivoluzione nel classico mondo dei "vinattieri toscani", e che solo successivamente fu recepito come fenomeno degno di tutela dall'austero mondo della regolamentazione vinicola, che negli anni 90, dopo la IGT, si arrese e concesse la DOC a questa nuova formula vitivinicola.
Con Andrea Dionisi, l'Uomo dell'Aia
Dicevo che ho bevuto ben poche volte questi vini e una costante è quella che è sempre stata la medesima persona a proporli: io per scherzare lo chiamo "L'uomo dell'aia", ma non perché si distingua per ruoli di rilevo nei tribunali internazionali o negli organi di polizia europei o abbia a che fare con la ditta che produce polli o sia un arbitro calcistico di lungo corso, ma semplicemente perché tutti gli "aia" supertuscans che ho assaggiato provengono dalla sua cantina. A quelli già citati il Commendatore Andrea Dionisi, ora funzionario qui in Commissione, ma con trascorsi internazionali di rilievo oramai da una trentina di anni, ha proposto anche il Lupicaia del Castello del Terriccio nel livornese più vicino al pisano, qualche mese fa, anche questo da includere nel gotha della Supertuscanità. Da sempre amante del "bon vivre", ci accomuna una passione per l'edonismo enogastronomico che coltiviamo da anni e che vogliamo continuare il più a lungo possibile.
Il 5 aprile a cena a casa nostra, la classica pelle d'oca appena ho preso da Andrea in mano la bottiglia per aprirla. Avevo davanti a me un Ornellaia del 2001, un altro mito, dopo il Sassicaia e il Solaia (già proposti),  fra le mani! 5 grappoli AIS, 3 bicchieri Gambero Rosso, 96/100 del Wine Spectator, 95/100 da Wine Advocate,  gigante del vino italiano, giudicato nel 2001, a un solo anno di distanza dal Solaia di Antinori, migliore vino al mondo dal "Wine Spectator" per l'annata 1998.
I "cimeli" delle altre serate con Andrea
Mi ha sempre affascinato il mondo del vino perché per me ha sempre rappresentato un intreccio di storie, di territori, di vite, di culture, ma anche perché, come un bambino davanti a una fiaba, ho sempre visto quello delle famiglie del vino italiane, io semplice uomo di provincia, come un mondo distante e inarrivabile, simile a quello delle Fate, fatto di conti, duchi, marchesi, poderi, latifondi, castelli e fonte, nonostante tali distanze socioeconomiche, di una crescente curiosità. E conoscere la storia dell'Ornellaia è anche un po' questo: Ludovico Antinori, uscito dalla tenuta di famiglia per contrasti con il padre Niccolo' ed il fratello Piero, decise di investire in America nel nuovo mondo del vino, affidandosi ad una leggenda di quel nascente mondo, l’enologo di origini russe André Tchelitscheff, che dall’epoca del proibizionismo aveva fatto scuola soprattutto in California. Lo stesso lo dissuase e lo convinse ad investire nelle tenute dell’Ornellaia, nelle terre carducciane, in quei 40 ettari ereditati dalla mamma Carlotta della Gherardesca a cui nei primi anni 90 Ludovico poi aggiunse altri 55 ettari della località Bellaria, poco lontana. Le tenute quindi sono tutte vicinissime, provengono dalle tenute marittime dei Conti della Gherardesca e quasi confinano: Sassicaia è li' vicino ed è eredità di Clarice della Gherardesca, sorella di Carlotta e moglie di Mario Incisa, i mille ettari di Guado al Tasso sono poco più lontano.
In queste terre "gherarde" nel 1981 fu prodotta la prima annata dell'Ornellaia, frutto dei più classici tagli bordolesi, con predominio di 55%–65% Cabernet Sauvignon, 20%–25% Merlot e poi Cabernet Franc e Petit Verdot. Dall'86, dai sette ettari del Cru Masseto viene prodotto lo Chateux Petrus italiano, quel Masseto che nel 2005 ebbe i 100/100 dal Wine Spectator e che forse rappresenta il non plus ultra di quello che un merlot può dare nelle itale terre.  Ludovico, uomo-marketing apprezzatissimo oltre oceano, nel 1991 cominciò la collaborazione (che prosegue ancora oggi) con Michel Rolland, il quale annovera ancora, fra le 693 cantine di cui è consulente, anche molte eccellenze. L'austerità del primo supertuscan Sassicaia, lascia spazio alla spettacolarità della Tenuta dell'Ornellaia, con cantine trasformate in permanenti show rooms e personale sempre ben versato nel marketing.
Il Marchese Leonardo Frescobaldi
Negli anni 90 l'enologo è l'ungherese Tibor Gal, cui succede, negli anni dell'acquisizione da parte di Mondavi, Thomas Deroux, ora a Chateau Palmer, e dal 2005 il bavaro-francese dall'inglese prefetto Axel Heinz, in un melting pot di prevalenza mitteleuropea anch'esso piuttosto particolare. Il balletto della proprietà si inserisce nel medesimo filone: i californiani Mondavi nel 1998, acquistano una quota, diventando poi dal 2002 unici proprietari e cedendo il 50 per cento ai Marchesi Frescobaldi, acerrimi concorrenti degli Antinori.  Per dissidi poi sulla linea aziendale con la Constellation Brands subentrata a Mondavi da qualche mese, che voleva scendere di "segmento" e Frescobaldi che voleva mantenere i brand di lusso, i marchesi fiorentini nel 2005 acquisirono l'altra metà del colosso americano e diventarono gli unici proprietari della casa.  C'è chi maligna sul fatto che tutta l'operazione Mondavi sia stata artatamente creata per il fatto che Ludovico Antinori mai avrebbe ceduto la tenuta direttamente ai nemici pari titolo Frescobaldi, ma come vi avevo detto l'intreccio è tale da far sembrare la saga quasi degna di una soap opera americana.
Per ritornare al Bolgheri Superiore Ornellaia eccolo, combinato con una amatriciana in cornucopia di pecorino sapientemente preparata dall'autoctona (perché di Rieti) Doretta, su ispirazione dell'Oste della Bon'Ora  ed una robusta "côte à l'os" alla griglia. Il colore è ancora molto pieno per avere tredici anni, e l'incipit all'olfatto è un po’ timido: sottobosco e accenni di confettura di frutta rossa, ma si deve ancora aprire. Dopo una mezzoretta si va poi sul cuoio, in una progressione “terziaria”che ci porta poi alla liquirizia, per volgere poi verso l’eucalipto, il mentolato, ma anche ad un lieve tostato, su fondo sempre di frutta rossa matura, con un ventaglio olfattivo strepitoso che quasi sembra un peccato interrompere per porgere il bicchiere alla bocca. Qui la delicatezza dei tannini è paradigmatica, la morbidezza al palato sensazionale e la persistenza lunghissima, con un retrogusto dove i ricordi di frutta rossa si combinano con una certa dose di cacao finale.
L'Ornellaia celebrativo della venticinquesima vendemmia
con l'etichetta di Michelangelo Pistoletto
Tutto cio’ avviene dopo lunga macerazione di 25-30 giorni, 12 mesi di affinamento in barriques, assemblaggio della migliore della circa novanta miscele selezionate da Axel Heinz, sei mesi ulteriori di barrique e altri dodici in bottiglia.
Del resto questa attenzione iniziale si riverbera nella loro assoluta affidabilità e longevità,  che li ha fatti diventare anche l'ultima frontiera dell'investimento finanziario, come indicato recentemente dal Sole 24 Ore in un articolo apparso qualche tempo fa. Una bottiglia celebrativa dei venticinque anni di Ornellaia dello scultore Michelangelo Pistoletto è stata battuta da Sotheby a Londra lo scorso anno a 105.000,00 Euro e l'iniziativa volta a sovvenzionare enti artistici quale è la Vendemmia D'Artista, riscuote crescente successo da oramai sei anni e quest'anno vedrà protagonista il canadese Rodney Graham.
Ben vengano serate come questa, con l'Uomo dell'Aia che ci propone delizie, che siamo pronti ad onorare. Il prossimo sarà il turno dell'eccellenza spagnola della Ribera del Duero e di un altro mito, quello del Vega Sicilia.
Un caro augurio di Buona Pasqua a tutti i lettori.

martedì 28 gennaio 2014

Vagaggini, il Sangiovese e Amantis: i virtuosismi di un grande enologo

Paolo Vagaggini e Roberto Scalacci durante il corso ONAV
alla sede CIA di Bruxelles
Ho avuto la fortuna la scorsa settimana di poter passare due serate con Paolo Vagaggini, secondo molti il maggiore esperto vivente di Sangiovese, enologo di fama mondiale, che è stato uno dei cinque winemakers selezionati dalla rivista americana leader del settore Wine Enthusiast nel 2013 per essere designato quale enologo dell'anno ( il riconoscimento è andato poi allo chef de cave di Moêt et Chandon Benoît Gouez, premiando forse piu' il "sistema Francia" che l'enologo in sé , seppur bravo). 
Nella prima serata nel nostro Corso ONAV tenuto presso la sede della rappresentanza europea della Confederazione Italiana degli Agricoltori, Vagaggini ha magistralmente descritto la vinificazione in rosso agli allievi assaggiatori con una naturalezza ed un' aneddotica che solo i grandi possono avere: del resto essere il consulente di un terzo delle cantine di Montalcino e fare il Brunello per molte altre fra cui Biondi Santi, Ciacci Piccolomini di Aragona per passare a Brunelli e a Il Palazzone (solo per citarne alcune), gli dà un'autorevolezza quasi automatica, in parte derivante  anche da quel suo tono di voce basso e quel suo modo di parlare all'impronta, mai scontato, ma denso di contenuto. All'estero la sua reputazione è notevolissima, e da grande conoscitore dei mercati, in questa prima serata ha snocciolato, fra le altre cose, un concetto che riassume l'importanza in Europa delle denominazioni d'origine e del territorio in generale:
"Negli USA i clienti in un ristorante vogliono un merlot, un cabernet, uno chardonnay, a limite un sangiovese, parlando solo del vitigno, come prodotto a sé, piuttosto spersonalizzato e decontestualizzato…non chiedono mai un Brunello di Montalcino, un Barolo, un Frascati, un Aglianico del Vulture… anche in Cina cominciano a ragionare cosi'…solo da noi, in Europa,  e dobbiamo far del tutto per preservare cio'… si richiede il frutto di un territorio,  quella combinazione di fattori umani, ambientali, agronomici e climatici che solo un vino di un determinato terroir ci puo' dare…questa è la vera ricchezza del vino …quella di esprimere, attraverso un minuzioso lavoro,  un territorio e le sue caratteristiche"…queste le sue parole al corso, semplici e dirette, che mi hanno molto colpito proprio per la loro immediatezza.
Il giorno successivo, invece, altra kermesse, questa volta nel locale Jamon Jamon a Ixelles di due colleghi assaggiatori ONAV, Lola Cardenas e Matteo Rastelli.
La serata prevedeva la presentazione dell'azienda Amantis, la cui titolare è Bernardetta Tacconi, moglie di Paolo Vagaggini, che ovviamente è l’autore di tutti i vini. Bernardetta dopo la presentazione dell'amico Roberto Scalacci, direttore dell'Ufficio CIA di Bruxelles e grande esperto di vino,  ha introdotto l'azienda, specificando che il nome Amantis, comprensibile in ogni lingua, testimonia della passione per il vino e per il territorio che l’hanno accompagnata in  questa avventura, cominciata nel 2000. 7-8 gli ettari di proprietà per una produzione di circa 40.000 bottiglie annue. L'impianto prevede in media 8100 ceppi per ettaro con bassissimo rendimento e grande concentrazione, 600-700 grammi per pianta. In alcuni casi una sperimentazione estrema ha previsto che si coltivasse una parte del vigneto a 20000 ceppi per ettari e 150 g per pianta (il vigneto più denso del mondo!), con una conseguente iper-concentrazione dei mosti, soprattutto per la produzione degli IGT ad ispirazione Supertuscan, di portata internazionale, che se cadono per terra "bucano il terreno", come ha tenuto a ribadire l'enologo senese.
 La DOC, prosegue Vagaggini, è la Montecucco Sangiovese, di recente (2011) assurta a DOCG e l'azienda, collocata fra l'Amiata e Montalcino, si trova a Montenero d'Orcia , nel comune di Castel Del Piano, già in provincia di Grosseto. Sta proprio sulla riva sinistra del fiume Orcia, e azzardando un paragone, Paolo, già collega del maestro Denis Dubourdieu dell'Università di Bordeaux, provoca "… come a Bordeaux, dove i vini migliori sono sulla Rive Gauche, anche noi siamo sulla rive gauche dell'Orcia…solo che la Rive Droite, ahinoi!!, è proprio Montalcino".  Qui Paolo tentenna e ripete che comunque a livello di brand, nonostante spesso la materia prima,  le tecniche e i vini  siano spesso  allo stesso livello di Montalcino, i risultanti non sono quelli attesi: "Il marketing non ci premia. Fra un medio Brunello o Rosso di Montalcino ed un eccellente Montecucco il consumatore medio preferisce il Brunello. È questo il prezzo delle giovani denominazioni…ma non ci arrendiamo!".
Introduce il primo vino. Si tratta di un Birbanera 2010, base aziendale; IGT Toscana con un' etichetta curiosa, che secondo la filosofia aziendale, deve esprimere il vino che c'è dentro: la birba in toscano è il gatto sul tetto e quindi questo vino, blend fra un 60 % di sangiovese, 20% merlot, poi colorino, e petit verdot, deve essere abile, scattante e adattabile ad ogni palato come un felino. Il sangiovese è riconoscibile all'olfatto, con quella nota di viola che è una costante, oltre a ciliegia, quasi cotta, e una certa speziatura , di pepe nero, che forse proviene, assieme alla robustezza, dal merlot. Molto suadente e "di grande possenza", come ogni IGT, e di una spiccata gradevolezza. Paolo poi, sottolineando la necessità dell'affinamento,  prosegue dicendo che "Non c'è fiera che tenga. E' il vino che vi parlerà e che vi dirà quando è pronto". Cio' dicendoci quanto alta sia la ricerca della qualità, valore guida superiore sicuramente ai capricci del mercato.
Con il secondo IGT, il GOGHI 2010, abbiamo una spiritosa etichetta a forma di orsacchiotto, che è piaciuta molto anche alla mia piccola Benedetta, e gran parte del vino proveniente dal vigneto iper concentrato di cui abbiamo parlato prima. Grande struttura, molta morbidezza, ciliegia, tabacco biondo, speziature dolci, ma anche mon cheri, e un finale tostato quasi di caffè al naso, con un tannino soffice, seducente ed una certa persistenza in bocca con retrogusto non eccessivamente affetto da disidratazione. Qui, secondo Bernardetta, è proprio l'Alicante, unica variante rispetto al Birbanera, vitigno di origine spagnola, che detta legge sui profumi.
Qui Paolo chiarisce, quasi a creare un punto di cesura fra quanto detto sinora e quanto da dire poi:  " Come vedete con gli IGT prendiamo di mira i mercati e sperimentando in questo modo ci divertiamo noi e facciamo contenti chi li assaggia….quando andiamo sul Sangiovese, dovendo esprimere un territorio, il gioco si fa serio" Qui ancora Paolo ci dice che il Sangiovese è molto "lunatico" come vitigno, risente molto dell'annata e del clima, e che , proprio per la sua marcata aggressività, bisogna farlo riposare almeno un anno in bottiglia dopo il classico  affinamento in legno. Quest'anno il sangiovese/brunello è di un'annata old style, come ha già annunciato in un video; è equilibrato, proprio perché il clima non ha dato problemi, e quindi sarà destinato ad una lavorazione tranquilla.
 Presenta di seguito  i vini di cui va piu' fiero: il Sangiovese Montecucco DOC 2007 riserva e quello normale 2008. L'etichetta "parlante" qui è tattile e ruvida, spiegando appunto le caratteristiche già dette del Sangiovese “ che si puo’ degustare ad occhi chiusi, perché ha una direzione precisa e la svela a chi lo assaggia”. Se gli IGT, molto invitanti, ci dicevano "Bevimi", il sangiovese si rivolge a noi con un più austero "Cerchiamo di capirci!", cambiando totalmente approccio. Bernardetta definisce il Sangiovese quale vitigno molto femminile,  poco malleabile, con sbalzi d’umore e che, come le donne, non è cedevole e si fa rispettare. Per l’abbinamento consiglia le carni, magari toscane, dalla fiorentina, agli arrosti o alla ribollita.

Assaggio il 2007, annata severa, e al naso risveglia in me le emozioni provate con i migliori sangiovese. Visciole, speziatura dolce, polvere e cioccolato e tannini molto dolci dopo 24 mesi di grandi botti di rovere di Slavonia e in bocca bevibilità assoluta e morbidezza eccelsa. Il legno quasi non si sente all’olfattiva , né si riverbera in bocca : “ Il boisé entra nel bouquet e non sovrasta il gusto del vino…in ogni mio vino cerco di non snaturare le caratterstiche del vitigno con il legno, non è nel mio stile” – specifica Vagaggini. Il 2008 Sangiovese Montecucco è più pulito, con una nota di cilegia più chiara e una violetta percepibilissima.

Dulcis in fundo il Supertuscan della casa, quell’Iperione “titanico” per possenza e struttura, ma elegantissimo in quanto a espressione gustativa. 90 % Cabernet Franc e 10 % Sangiovese, durante i rimontaggi non prometteva bene, almeno per i cantinieri, per il fortissimo odore del cabernet, viene prodotto ogni tre anni dalle migliori vigne in tremila esemplari. Abbiamo degustato il 2005,  ancora tremendamente giovane alla visiva, olfattiva e gustativa, molto speziato con un “after eight” (cioccolatino alla menta ) eclatante, toni cangianti fino al cioccolato fondente a scaglie, con qualche accenno varietale di erbaceo e peperone verde ancora intatti. Al palato è rotondo, pregnante, poi persistente e lungo, con retrogusto quasi balsamico. Veramente un buon vino.

Per concludere Scalacci ribadisce che uno dei complimenti più accettati da Vagaggini è quello “di fare i vini tutti diversi”, rispettando uno ad uno territori e produttori di provenienza. Il fatto di fare il taglio non al telefono, ma con i produttori che vanno via dopo tre ore “disfatti” dal laboratorio a Siena,  è indicativo dell’attenzione con cui si compiono certe operazioni.
Con Paolo e sua moglie Bernardetta Tacconi, titolare della Amantis
Alla mia domanda su enologi-consulenti chiacchierati e pratiche conducenti a prodotti "poco personalizzati” (vedi micro-ossigenazione), Paolo si è espresso molto diplomaticamente dimostrandosi in maniera velata contro questi modi di fare, proprio perché per piccoli produttori come Lui queste pratiche sono inconcepibili. Forse non lo sono se la produzione diventa industriale, ma non è il suo caso.

In queste due sere mi sono veramente emozionato con Paolo Vagaggini, che mi ha fatto respirare un’aria di “Sangiovesità”, mista a semplicità, trasmettendomi i veri valori che sorreggono questa bevanda straordinaria, frutto di terre sempre diverse.

giovedì 25 luglio 2013

Il Profumo del Chianti - La dinastia Antinori si racconta

La discontinuità per un blogger dilettante è quasi un must, altrimenti il piacere diventa lavoro e ça va sens dire che non è la stessa cosa. Per questo in questi mesi abbastanza impegnati, dove la  mancanza di ispirazione regnava sovrana, avevo bisogno di un qualcosa che mi  riaccendesse  la voglia di scrivere e che mi riportasse a riprendere il filo di un discorso già aperto con i lettori, evitando di essere additato come un trascurato e maleducato cantastorie, che nemmeno si congeda dal suo pubblico, se ha di fatto già deciso di farlo.
Cio' che riacceso in me la voglia di scrivere è stata la lettura di un libro non nuovissimo,  uscito nel novembre 2011, ma che ritengo fondamentale per tutti gli appassionati di vino: il Profumo del Chianti, di Piero Antinori, edito da Mondadori, regalatomi dall'amico Roberto Scalacci.  In uno stile semplice ed evocativo, il Marchese fiorentino ci  offre in un racconto,  intessuto su sette dei suoi vini che danno il titolo ad altrettanti capitoli,  tutte le tappe più significative, il credo, la filosofia, gli aneddoti e gli errori che hanno caratterizzato la scalata degli Antinori verso l'Olimpo del vino italiano e mondiale.
Certo non manca l'autocelebrazione della dinastia, ma fa parte del gioco: gli Antinori, noti commercianti di stoffe e seta,  si iscrissero all'arte  fiorentina dei "Vinattieri", chi vende il vino o lo produce, nel lontano 1385 su consiglio della madre di Giovanni Antinori, Albiera degli Agli, nome cosi' caro al Marchese Piero da riproporlo per la sua primogenita, nata poco prima che lo stesso prendesse le redini dell'azienda nel 1966 da suo padre Niccolo'.
Da li' ne è passata di storia, tutta "in house", con un semplice società a responsabilità limitata e senza pagare un dividendo, ma solo salari, anche alle figlie proprietarie. L'eccezione è il periodo che il Marchese definisce buio che va dal 1985 al 1992, quando l'azienda, in temporanea difficoltà per delle diatribe familiari con il fratello più piccolo Ludovico, cedette parte delle proprietà al'inglese Whitbread, società invece quotata in borsa e con altri obiettivi : la " vintage strategy" dell'azienda, cosi' come descritta qualche anno fa dal Wall Street Journal, la strategia che punta al futuro, che  vede in un investimento in un vigneto per meno di quarant'anni qualcosa di troppo limitato nel tempo, non si addiceva alle preferenze di mercato degli albergatori inglesi. Con enorme sforzo, tramite un singolare episodio di  liquidazione delle plusvalenze ottenute dalla vendita delle partecipazioni Fondiaria, azioni chiave per Montedison e il gruppo Gardini,  e l'appoggio di qualche banca, finalmente Piero riusci' a riportare nel 1992 la Antinori al modello del family business.
Il Marchese Antinori con le tre figlie, Albiera, Allegra ed Alessia
Family business che oggi si impernia sulla figura delle tre figlie di Antinori, la già citata Albiera, poi Allegra e Alessia, che gradualmente sono state avvicinate ad essere non solo donne di marketing e di business, ma anche di vigna: Alessia è enologa e si occupa dello sviluppo di alcune tenute, fra cui anche quella della Franciacorta, Montenisa, i cui terreni sono presi in affitto dai conti Maggi. Il racconto di Piero ci porta poi al Villa Antinori, nato nel 1928 da un'intuizione di suo padre Niccolo', la cui boutade classica era " A Bordeaux hanno i castelli, in Toscana abbiamo le Ville". Questo vino è un Chianti rinnovato a predominanza sangiovese, ma con una giusta dose di transalpinità con cabernet sauvignon e merlot  dalla Gironda ed un tocco di syrah del Rodano. Del resto fu proprio la Francia, paradossalmente,  che permise agli Antinori di entrare nel mercato tedesco: ad una degustazione alla cieca a Brema, davanti ad un importatore di prestigio, il giovane Piero riusci' ad indovinare un vino della AOC Graves, persino l'anno, contribuendo ad accattivarsi le simpatie delle persone che contavano in quella sede, e a stipulare contratti dopo.
Questi "vinattieri"  da ventisette generazioni, che dai loro poderi di San Casciano Val Di Pesa si sono estesi fino a possedere oramai 2358 ettari vitati, di cui 1742 in Italia, hanno sempre avuto il vizio della internazionalizzazione o globalizzazione che dir si voglia. Del resto per Piero "Viaggiare apre la mente" e l'inglese è sempre stato di casa, vista la "americanità" di sua madre, Carla della Gherardesca, che aveva avuto madre e nonna americane. Internazionalizzazione che ebbe una consacrazione nel 2000, anno in cui il SOLAIA, blend fra Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Sangiovese, ottenne il riconoscimento di migliore vino dell'anno per il vendemmia 1997 dal Wine Spectator, la prestigiosa rivista del guru del mercato del vino statunitense e mondiale Robert Parker. Questo vino apparso nel 1979 e modificato con aggiunta del Sangiovese nel 1982 ho avuto il piacere di degustarlo in una delle mie cene brussellesi e certamente non è fra quelli che si possono dimenticare : durante la cena cambio' sentori, profumi e sapori almeno quattro volte arrivando a saggiare tutte le nostre capacità organolettiche...del resto i suoi 150,00 Euro a bottiglia li deve pur valere!!
Inoltre simpatico nel libro è stato il passaggio relativo alla filosofia dell'azienda e alla catena delle P, a quelle parole chiave che devono animare il lavoro della stessa : P come Pazienza, perché,  per  investimenti che portarono gli Antinori nell'élite del Chianti Classico (quali Peppoli e Badia a Passignano) il tempo, nonostante non compreso dalla Whitbread, era il 1985, ha la sua importanza: "Oggi ...il pensiero e la parola corrono velocissimi sul web...Il vino no, ha da sempre gli stessi tempi e non li puo' accelerare". La Seconda P è quella della Perseveranza, che ti impone di "provare e riprovare" per sconfiggere le malattie della vite, come per trovare la giusta combinazione degli assemblaggi o sfondare in nuovi mercati, dove non solo devi produrre un buon vino,  ma lo devi saper "far conoscere e circolare". La P di Previdenza che ti aiuta in tutto il rischioso ciclo del vino dalla Vigna alle Cantine, ma che deve essere sempre presa in considerazione quando si tratta di dover ben investire: i fallimenti delle operazioni Santi, con il Soave, e Bigi, con l'Orvieto Bianco, fecero denotare, per la Antinori, una mancanza di Previdenza, se non una palese sufficienza.O ancora la Precisione, necessaria "miscela fra perfezionismo e pratica" che serve al viticoltore per gestire al meglio i ritrovati della chimica sia sulla vite che in cantina, ovvero le tecniche di vendemmia e il controllo della maturazione : ogni grappolo deve essere staccato dalla vite al momento giusto, altrimenti il vino non sarà quello che si aspetta. Solo dopo di questo c'è la P di Profitto, che deve essere un mezzo e non il fine, il mezzo per poter poi reinvestire in qualità e in efficienza nell'azienda, rimanendo meramente " vettore di miglioramento", per " lasciare alla prossima generazione un'azienda migliore di quella ricevuta". In ultimo quale summa P che raccoglie tutte le altre, c'è la Passione, quale "scintilla molto mediterranea" che dà il senso del'Italianità e che si estrinseca in un "Sistema del Bello" cui ogni cittadino dell'italica penisola è stato educato  e che si riverbera in un'italianità concepita nel mondo come " raffinatezza, creatività, buon gusto e dolce vita". Visione abbastanza idillica, ma che comunque ci offre un quadro di cio' che dovrebbe essere lo spirito di un'impresa, soprattutto quando è ancora intesa come familiare.
Giacomo Tachis con le sue creature Tignanello e Sassicaia
E nella famiglia erano entrati a far parte, continua il Marchese, anche Giacomo Tachis e Renzo Cotarella, enologi e ammisistratori dell'Azienda, nonché due degli uomini del vino fondamentali per la Storia del settore in Italia. Tachis, in Antinori dal 1961,  fu assunto a nemmeno 30 anni su indicazione del professore di agronomia Garoglio e a seguito della sua strepitosa ascesa professionale, venticinque anni dopo l'investitura del Marchese Piero,  a coronamento di una lunga carriera, gli è stato assegnato nel 2011 dalla rivista inglese Decanter il riconoscimento di Man of the Year. Lo stesso Tachis, piemontese classe 1933, che non solo è il padre del Sassicaia, vino di Mario Incisa della Rocchetta, zio di Piero Antinori, o del Tignanello IGT (un Chianti dal 1971 ripulito dalle bacche bianche della formula di Ricasoli e con passaggio in barrique, che apri' la strada ai c.d. Super Tuscans) di punta della Antinori, ma che è stato il traspositore italiano dell'opera di Emile Peynaud in Francia, che ha introdotto e fatto comprendere le diverse tecniche di selezione delle viti e delle fermentazioni, (è stato lui a introdurre la malolattica), e il primo a "creare una nuova filosofia del vino...dicendo che il vino deve nascere da un patto con il territorio, come distillato dell'essenza di una terra". Tachis ha una storia di consulente riconosciuta anche in altre cantine, ma ha incarnato il credo Antinori  per decenni e ne ha facilitato l'innovazione nel  mondo del vino.
Altro enologo che è cresciuto in famiglia è Renzo Cotarella, l'"autore" del Cervaro della Sala, bianco di punta umbro della scuderia Antinori, proveniente dall'Orvietana Tenuta della Sala, acquisita da Niccolo' Antinori nel 1940, ed "artefice" altresi' del Guado al Tasso, creatura proveniente dalle tenute della Gherardesca di Bolgheri, Super Tuscan di diritto sulla scia del Tignanello e alter ego dell'altro top wine bolgherese Ornellaia (voluto invece dal fratello di Piero, il Marchese Ludovico Antinori, anch'esso Wine of the Year per il Wine Spectator nel 2001).
Renzo Cotarella
Cotarella, giovanissimo, fu assunto non ancora laureato nel 1977 e si occupo' in primis della ristrutturazione della tenuta  della Sala, poi si dedico' anima et corpore alla creazione di un vino che si ispirasse ai bianchi di Borgogna, che potesse affermarsi "per carattere e personalità, rappresentando in toto il territorio e il produttore". Questo vino venne nel 1986, misto fra Chardonnay e Grechetto  e che gli Antinori definirono il Tignanello Bianco, per averne in comune anche il passaggio nelle botti piccoli di 225 litri, cosi' care ai francesi.
Cotarella è il consolidatore dell'opera del rivoluzionario Tachis ed è Lui che è dietro i vini di tutta la galassia di cantine Antinori in Italia e nel mondo: dalle tenute etrusche della Braccesca a Cortona e Montepulciano, o della fattoria delle Mortelle in Maremma, con il Botrosecco creato assieme ad Alessia Antinori, titolare dell'azienda; dai sessanta ettari vitati di Montalcino che danno dal 2000 il Brunello aziendale Pian delle Vigne, dalla tenuta di Forano nel Lazio, ripresa dopo l'espianto di Boncompagni Lodovisi e che dovrebbe ridare i propri vini già dal 2015.
Cotarella è anche dietro i vini Tormaresca in Puglia, ottimo il Moscato dolce di Trani e il Pietrabianca Chardonnay, che ha anche  acquisito  nel brindisino recentemente  la fattoria Maime; coordina gli enologi, fra cui David Landini, nella tenuta Monteloro a Fiesole dove gli Antinori coltivano vitigni a bacca bianca nordici, quali il Riesling Renano, il Pinot Bianco , il Gewurzraminer, che hanno la loro massima espressione nel vino Montebraccio ( per una panoramica sulle tenute cliccate sul sito Antinori). Nelle Langhe alla Prunotto, fiore all'occhiello di Albiera che la gestisce, il Barolo lo fa invece Gianluca Torrengo.
Senza menzionare gli altri possedimenti all'estero sempre sotto l'egida dell'enologo ternano, eppure importanti, citiamo solo l'Antica Napa Valley e la Stag's Leap-Cellar, tenuta che nel 1976 fu protagonista del famoso Judgment of Paris, in cui ad una degustazione alla cieca di sommelier francesi i migliori vini bianchi e rossi risultarono quelli americani, fra i quali il cabernet di questa cantina ( episodio simbolicamente riconosciuto come spartiacque per il rapporto con il nuovo mondo del vino). Tre cantine americane, una in Ungheria, altre in Romania e Malta e una in Cile: il tutto cercando sempre di creare sinergie fra cantine e produttori e all'insegna dell'innovazione. Innovazione che  ha portato l'Azienda Antinori ad uscire dal centro di San Casciano Val di Pesa e creare le cantine  al Bargino, appena fuori  San Casciano, creando uno spazio di lavoro e di rappresentanza di natura quasi monumentale, disegnato dal giovane architetto fiorentino Casamonti: cantina ecologica che sfrutta la luce naturale e con la presenza di musei interni che ne fanno un vero e proprio centro di cultura e un monumento all'enologia e alla creatività italiana, in linea con quanto fatto da Vittorio Moretti a Suvereto con Petra di Mario Botta e da Paolo Panerai nelle cantine di Rocca di Frassinello, ad opera del grande Renzo Piano.
L'esterno della nuova Cantina Antinori a Bargino
Come vedete un libro che è una miniera di informazioni e consigli, e che esalta largamente le gesta della famiglia, che effettivamente sta facendo molto per il vino italiano. Un fenomeno da  forse cinquantamilioni di bottiglie o più l'anno che ha pochi eguali  e che comunque rende onore al brand italiano all over the world. Una lettura che avvicina ad un mondo affascinante ed assai competitivo e ad un'impresa ben condotta, che grazie a dei seri principi e ad una folta schiera di validi  collaboratori, riesce a combattere le classiche fraglilità delle wine dinasties. L'ho trovato molto educativo e ne consiglio la lettura a tutti e in specie a sommeliers e appassionati di vino. 

venerdì 26 aprile 2013

Il mio Vinitaly – Part I – Da Cori alla Tenuta Colfiorito (Colle Cocciano) – Visita allo stand del Lazio

A Verona, davanti allo stand del Lazio

Anche quest'anno ho ceduto alla tentazione di partecipare alla kermesse sul vino più importante d'Italia e ho calcato ancora una volta i padiglioni della Fiera di Verona per visitare il Vinitaly, il 7 e l'8 aprile scorsi, con seconda giornata accompagnato al solito da Doretta e la piccola Benedetta (nemmeno due anni e già due Vinitaly all'attivo). Un mondo in salute quello del vino, se è vero che il numero di visitatori è aumentato del 6 % rispetto all'anno precedente ed il fatturato sembra risentire meno della crisi, resistendo almeno grazie all'export alle bordate di una strisciante ed insistente recessione.

Il 5 Grappoli 2013, Capolemole Bianco di Cori
di Marco Carpineti

Ho fatto i miei classici tour soffermandomi con piacere negli stand della mia regione, piuttosto scarni come veste a dire il vero per "presumibile" mancanza di supporti regionali. Ho avuto modo di trattenermi a bere l'"opera omnia" di una delle prime cantine laziali ad usare il biologico,  certificata dal lontano 1994, quella di  Marco Carpineti di Cori, di cui ho riassaggiato, (ne sono da tempo un estimatore), voluttuosamente  tutti i vini serviti da sua figlia, già competente e preparata, trovandoli veramente un inno alla territorialità. Questo grazie alle grandi espressioni di vitigni tipici quali il bellone bianco e la malvasia puntinata del Lazio (che arrivano a livelli fantastici nel Capolemole bianco, non per niente 5 grappoli AIS 2013), l'arciprete in versione dolce (ottimo il Ludum), e il nero buono di Cori, che raggiunge il massimo nel Dithyrambus e nel Capolemole rosso, in uvaggio con montepulciano e cesanese. Sorprendentemente all'altezza anche il metodo classico brut da bellone, con una persistenza e freschezza in bocca davvero "remarquables", e ottimo anche il moro bianco da uve greco bianco, nelle versioni dei due cloni greco moro e giallo. I Capolemole sono DOC Cori, mentre gli altri citati sono degli IGT Lazio. Davvero interessante questa azienda da 41 ettari di vigneto e 12 di uliveto.
Galleria
Una vista dall'alto della tenuta Colfiorito, a Castel Madama,
in Provincia di Roma
A pochi metri dallo stand di Carpineti mi sembrava di vedere un'immagine familiare…ed infatti lo era. Si trattava proprio della villa di Colle Cocciano, località nota, per chi è cresciuto come me a Castel Madama, a 7 km da Tivoli e 37 km da Roma,  come appannaggio dei vecchi "signori" del paese e  da sempre, forse per pregiudizio collettivo, avvolta in quell'aria di irrangiungibilità, che invece, come vedremo, è stata scalfita dal cordiale  dialogo con gli odierni proprietari.
L'imperatore Nerva
Stiamo proprio parlando di quel Colle Cocciano, residenza borghese costruita sui resti della villa romana della gens Cocceia, che abitava i miei luoghi natii  circa duemila anni orsono e che espresse dai suoi ranghi anche l'Imperatore Nerva dal 96 al 98 dopo Cristo. Quella villa che ciascuno puo' vedere salendo l'ultima ascesa prima di arrivare al primo colle su cui si estende la parte nuova di  Castel Madama; quella villa dove tutti nel mio paese sono stati  almeno una volta per un matrimonio o una festa, ma che non tutti, sfido, sanno essere un' azienda agricola, la Tenuta Colfiorito, nonché agriturismo che produce non solo olio, come da tutti intuito in paese, ma anche del buon vino.
Sorpreso da questo fatto anch' io, subito mi sono diretto verso  la persona distinta che era al banco d'assaggio, chiedendogli di versare un rosso anche se erano le 9.30 di mattina del giorno d'apertura del Vinitaly (forse mi ispirava di più la bottiglia). Mio cugino Antonio Rocchi, che accompagno spesso negli stand in queste occasioni, alla ricerca di novità da proporre al mercato belga, mi presenta come persona di Castel Madama a chi mi versa il vino, che scopro trattarsi del "famoso" (almeno in paese) Notaio Giuseppe Ramondelli, professionista  romano di origini abruzzesi della Valle del Sangro, proprietario del podere. 

Un'immagine dal web del notaio Ramondelli


Mi parla, assieme a sua moglie (che nel frattempo mi fa assaggiare pane e olio extravergine a predominante cultivar "montanese" o montonese come si dice in paese ed altri battuti di olive prodotti in collaborazione con un'altra importante azienda locale, Ficacci) di come la villa nei secoli sia stata ora un convento, ora una casa colonica, ora  nell'800  addirittura un essiccatoio per le piantagioni di tabacco, una delle diverse colture cui il podere era sottoposto, seguendo una certa rotazione. Dei 35 ettari del podere 22 sono oggi coltivati ad uliveto, che dà circa 60 ettolitri di olio annui,  6 a vigneto e 6 ettari sono di giardino. Lo stesso notaio mi comincia a parlare della storia della Tenuta, di come un suo zio, Vincenzo Colapietro, notaio anche lui, nel 1958 acquistò i 35 ettari del podere di Villa Cocceia dalla famiglia Fraschetti e di come Lui stesso la ricevette in eredità assieme ad altri eredi, prima di riacquistarla per intero il 1 gennaio 2001. Il notaio continua raccontandomi di "averci messo la sua esistenza", investendo circa 2,5 milioni di euro in dodici anni nell'impresa di costruire quest'azienda agricola, certificata anch'essa biologica e con un piccolo frantoio interno anch'esso certificato.  La "parola d'ordine è la qualità", lo scopo è combinare l'antico della villa con la modernità della produzione ed in effetti le cantine incarnano questi due aspetti: sono le stesse di un secolo fa, ma riequipaggiate con prodotti tecnici d'avanguardia. Discutendo un po' su come si fosse trovato con i cittadini di Castel Madama, il notaio spende qualche amara considerazione su come purtroppo non abbia saputo cosi' coinvolgere la popolazione nella conduzione dell'azienda e l'amministrazione locale nella opportunità di intraprendere iniziative congiunte, specie riguardanti la possibilità di avere una DOP per l'olio o per il vino, una Terre Tiburtine che darebbe maggiore tutela e blasone ad una serie di prodotti e produttori (sembra che il procedimento iniziato nel 2005 con proposta pubblicata in G.U. 178 per il solo olio, si sia arenato in fase abbastanza avanzata, anche per mancanza di appoggio politico). 
Su questo aspetto mi trova in sintonia perché da tempo insisto sul fatto che ogni amministrazione della nostra zona dovrebbe mettere più impegno affinché il nostro territorio possa ottenere un riconoscimento e una caratterizzazione a livello eno-gastronomico.  Proseguendo,  gli ricordo che per chi viene "da fuori" non è semplice accattivarsi le simpatie dei "castellani", che purtroppo più di qualche volta si chiudono a riccio con chi anche potenzialmente possa mettere a rischio la "primazia della castellanità". Gli ripeto che in molte realtà di provincia è cosi e forse nel Lazio questo fenomeno si sente ancora di più, perché si cerca in ogni modo di non farsi "inghiottire" totalmente dalla tentacolare metropoli capitolina e dalle sue espressioni, anche le più  positive e borghesi.
Da 7 anni ha preso forma l'idea della produzione di vino, con un  impianto di ulteriori 3,5 ettari in una parte del podere esposta verso sud. Oltre alle precedenti coltivazioni di Malvasia puntinata del Lazio, Greco(hetto) e di Cesanese, sono stati aggiunti Incrocio Manzoni (riesling-pinot bianco) Pecorino, Montepulciano e Sangiovese. L'enologo che si è occupato del nuovo impianto e dei vini prodotti, e che lo stesso notaio mi ha presentato, è il dottor Daniele Di Mambro, di scuola Frescobaldi, dell'équipe di enologi della Tenuta dell'Ammiraglia di Magliano di Toscana in Maremma, di proprietà dei marchesi fiorentini. E' l'esordio al Vinitaly e quest'anno si troverà spazio anche al Cibus di Maggio a Parma. Le bottiglie prodotte da questa azienda, che impiega 6 persone di cui tre a tempo parziale e tre a tempo pieno,  sono 30.000 per il momento con possibilità di raddoppiare il numero una volta giunto a pieno regime il giovane vigneto del 2006. Il primo anno di produzione è stato il 2011. I vini sono tre: un bianco chiamato Sorgente, un uvaggio di greco e malvasia puntinata del Lazio, che è molto fresco e mantiene una certa aromaticità data dalla malvasia, ed un buon rosso,  il Villa Cocceia, abbastanza robusto, composto di un uvaggio fra sangiovese e cesanese. Buona struttura, sentori di bosco su tutti, con una speziatura percettibile di pepe nero. A mio avviso si esprimerà meglio il prossimo anno, e anche la vite, fra qualche anno, potrà produrre uve di maggiore qualità.
Last but not least un chiaretto, il Rosa dei Venti, da uve sangiovese, molto fresco e  con un certo carattere, anche se devo ammettere che raramente i chiaretti o rosati fanno breccia nel mio palato.
Questi vini sono disponibili nel nuovo ristorante a Castel Madama gestito dal collega sommelier Fernando Pucella, "Casa Fernando", aperto su prenotazione. I prezzi: 5 euro per gli operatori, 9 Euro al pubblico, ci assicura il notaio.
Vino rosso Villa CocceiaFrancamente sono sentimentalmente coinvolto e soddisfatto dall'impatto di avere visto in un'etichetta di un vino al Vinitaly il nome di Castel Madama e colpito anche del fatto che nella Tenuta Colfiorito ci sia una florida attività economica, comprendente non solo le feste ed i matrimoni, ma anche  le altre attività appena descritte, oltre a quella ricettiva, della quale neppure conoscevo l'esistenza. Mi auguro, per dirla come Ramondelli che "l'azienda progredisca" e che il vino di Castel Madama arrivi gradualmente ad ottimi livelli. Mi sembra che le premesse ci siano tutte. Un augurio va  alla famiglia anche per l'imminente matrimonio del futuro notaio Ramondelli Jr, che a luglio convolerà a nozze, con festa, forse, nella stessa Tenuta.