Dopo questa carrellata di situazioni Antonio ci passa in rassegna i suoi personaggi-chiave, le fonti di ispirazione cui da sempre si rifà e che affondano il proprio agire in un mondo valoriale strutturalmente diverso da quello odierno...da personaggi della stagione universitaria a quelli della sua vita eclettica che si divide fra vita amministrativo-lavorativa, teatro, lettura, scrittura e cultura in genere...la telefonata al grande Norberto Bobbio, punto di riferimento negli studi amministrativistici di Antonio, la gag con Alberto Sordi: "Maestro a me? E che stamo a scola?!" - altro mostro sacro e riferimento costante ai tempi dell'intensa attività teatrale; si passa poi alla possenza difficilmente scalfibile per Antonio dell'economia "etica" di Federico Caffè, alla legalità come principio ispiratore di un'intera vita per Antonino Caponnetto, maestro di Falcone e Borsellino, e ancora al valore patriottico ed etico della figura di Sandro Pertini. Poi ci si imbatte nei vari esempi di Cucinelli di amore per il proprio territorio e di Mennea per la disciplina e il rigore morale...per poi passare a Berselli, cui il saggetto è dedicato, intellettuale a tutto tondo che molto ha influenzato il percorso di Antonio, che forse in fondo si ritrova molto nelle sue parole e nel suo ruolo...e di Antonio c'è tutto in questo saggio: la forza trascinante della cultura da trasfondere specie nelle classi dirigenti, che forse potrebbe contribuire a sconfiggere l'attuale mancanza di "vision", di vedere oltre, di dare un modello, e risanare una politica che si accontenta solo di mantenere "potere contingente"; la voglia di ritrovare anche nelle piazze i valori di una comunità oramai perduti in una sorta di inarrestabile ubriacatura digitale individualistica; il valore delle piccole cose oramai passate in desuetudine...c'è insomma Antonio là dentro e la summa la si ritrova in un capitoletto dedicato a Luca Parmitano, l'astronauta italiano che ha saputo riflettere sulla sua esperienza cercando di lasciare degli insegnamenti in eredità ai suoi figli: si parla di "abbracciare le difficoltà" intese come ostacoli che una volta affrontati renderanno più forti e di cercare le sfide perché rendono il passo più sicuro. Nelle difficoltà, ribadisce Antonio, è proprio al bagaglio delle proprie conoscenze che bisogna affidarsi, perché illuminano il nostro percorso, consci del fatto che doversi mettere in discussione è sempre qualcosa di stimolante. Pamphlet di facile lettura e molto istruttivo, in cui mi sono assai spesso riconosciuto e ritrovato. Grazie Antonio!!
venerdì 24 luglio 2015
Da Rischiatutto ad Affari Tuoi... un pamphlet di Antonio Capitano su "cosa siamo diventati"
Dopo questa carrellata di situazioni Antonio ci passa in rassegna i suoi personaggi-chiave, le fonti di ispirazione cui da sempre si rifà e che affondano il proprio agire in un mondo valoriale strutturalmente diverso da quello odierno...da personaggi della stagione universitaria a quelli della sua vita eclettica che si divide fra vita amministrativo-lavorativa, teatro, lettura, scrittura e cultura in genere...la telefonata al grande Norberto Bobbio, punto di riferimento negli studi amministrativistici di Antonio, la gag con Alberto Sordi: "Maestro a me? E che stamo a scola?!" - altro mostro sacro e riferimento costante ai tempi dell'intensa attività teatrale; si passa poi alla possenza difficilmente scalfibile per Antonio dell'economia "etica" di Federico Caffè, alla legalità come principio ispiratore di un'intera vita per Antonino Caponnetto, maestro di Falcone e Borsellino, e ancora al valore patriottico ed etico della figura di Sandro Pertini. Poi ci si imbatte nei vari esempi di Cucinelli di amore per il proprio territorio e di Mennea per la disciplina e il rigore morale...per poi passare a Berselli, cui il saggetto è dedicato, intellettuale a tutto tondo che molto ha influenzato il percorso di Antonio, che forse in fondo si ritrova molto nelle sue parole e nel suo ruolo...e di Antonio c'è tutto in questo saggio: la forza trascinante della cultura da trasfondere specie nelle classi dirigenti, che forse potrebbe contribuire a sconfiggere l'attuale mancanza di "vision", di vedere oltre, di dare un modello, e risanare una politica che si accontenta solo di mantenere "potere contingente"; la voglia di ritrovare anche nelle piazze i valori di una comunità oramai perduti in una sorta di inarrestabile ubriacatura digitale individualistica; il valore delle piccole cose oramai passate in desuetudine...c'è insomma Antonio là dentro e la summa la si ritrova in un capitoletto dedicato a Luca Parmitano, l'astronauta italiano che ha saputo riflettere sulla sua esperienza cercando di lasciare degli insegnamenti in eredità ai suoi figli: si parla di "abbracciare le difficoltà" intese come ostacoli che una volta affrontati renderanno più forti e di cercare le sfide perché rendono il passo più sicuro. Nelle difficoltà, ribadisce Antonio, è proprio al bagaglio delle proprie conoscenze che bisogna affidarsi, perché illuminano il nostro percorso, consci del fatto che doversi mettere in discussione è sempre qualcosa di stimolante. Pamphlet di facile lettura e molto istruttivo, in cui mi sono assai spesso riconosciuto e ritrovato. Grazie Antonio!!
mercoledì 24 giugno 2015
Rieccoci...Le passioni sono quiescenti , ma ci sono sempre...
Dopo un lungo periodo di assenza, voglio inviare questo post, solo per pubblicare le due presentazioni-lezioni che ho tenuto il 22 giugno scorso al Corso per Assaggiatori ONAV a Bruxelles, all'Enoteca della Regione Piemonte, dove mi sono cimentato a spiegare agli aspiranti assaggiatori i fondamenti sulla legislazione sul vino, troppo complessa e da semplificare, e il controverso rapporto fra alcool, vino e salute.
Per la legislazione ho tentato di fare una panoramica della legislazione italiana ed europea, cercando in conclusione di spiegare, per sommi capi, il nuovo testo unico sul vino in discussione alla Camera dei Deputati.
Questi i link alle presentazioni:
martedì 15 aprile 2014
Ornellaia, l'uomo dell'Aia , Bolgheri e i suoi molteplici filar
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| Con Andrea Dionisi, l'Uomo dell'Aia |
Dicevo che ho bevuto ben poche volte questi vini e
una costante è quella che è sempre stata la medesima persona a proporli: io per
scherzare lo chiamo "L'uomo dell'aia",
ma non perché si distingua per ruoli di rilevo nei tribunali internazionali o
negli organi di polizia europei o abbia a che fare con la ditta che produce
polli o sia un arbitro calcistico di lungo corso, ma semplicemente perché tutti
gli "aia" supertuscans che ho assaggiato provengono dalla sua
cantina. A quelli già citati il Commendatore Andrea Dionisi, ora funzionario
qui in Commissione, ma con trascorsi internazionali di rilievo oramai da una
trentina di anni, ha proposto anche il Lupicaia del Castello del Terriccio nel
livornese più vicino al pisano, qualche mese fa, anche questo da includere nel
gotha della Supertuscanità. Da sempre amante del "bon vivre", ci accomuna una passione per l'edonismo
enogastronomico che coltiviamo da anni e che vogliamo continuare il più a lungo
possibile.
Il 5 aprile a cena a casa nostra, la classica
pelle d'oca appena ho preso da Andrea in mano la bottiglia per aprirla. Avevo
davanti a me un Ornellaia del 2001, un altro mito, dopo il Sassicaia e il
Solaia (già proposti), fra le mani! 5
grappoli AIS, 3 bicchieri Gambero Rosso, 96/100 del Wine Spectator, 95/100 da
Wine Advocate, gigante del vino italiano,
giudicato nel 2001, a un solo anno di distanza dal Solaia di Antinori, migliore
vino al mondo dal "Wine Spectator" per l'annata 1998.
| I "cimeli" delle altre serate con Andrea |
In queste terre "gherarde" nel 1981 fu
prodotta la prima annata dell'Ornellaia, frutto dei più classici tagli
bordolesi, con predominio di 55%–65% Cabernet Sauvignon, 20%–25% Merlot e poi Cabernet
Franc e Petit Verdot. Dall'86, dai sette ettari del Cru Masseto viene prodotto
lo Chateux Petrus italiano, quel Masseto che nel 2005 ebbe i 100/100 dal Wine
Spectator e che forse rappresenta il non plus ultra di quello che un merlot può
dare nelle itale terre. Ludovico, uomo-marketing apprezzatissimo oltre
oceano, nel 1991 cominciò la collaborazione (che prosegue
ancora oggi) con Michel Rolland, il quale annovera ancora, fra le 693 cantine di cui è consulente,
anche molte eccellenze. L'austerità del primo supertuscan Sassicaia, lascia
spazio alla spettacolarità della Tenuta dell'Ornellaia, con cantine trasformate
in permanenti show rooms e personale sempre ben versato nel marketing.
| Il Marchese Leonardo Frescobaldi |
Negli anni 90 l'enologo è l'ungherese Tibor Gal,
cui succede, negli anni dell'acquisizione da parte di Mondavi, Thomas Deroux, ora
a Chateau Palmer, e dal 2005 il bavaro-francese dall'inglese prefetto Axel
Heinz, in un melting pot di prevalenza mitteleuropea anch'esso piuttosto
particolare. Il balletto della proprietà si inserisce nel medesimo filone: i
californiani Mondavi nel 1998, acquistano una quota, diventando poi dal 2002
unici proprietari e cedendo il 50 per cento ai Marchesi Frescobaldi, acerrimi
concorrenti degli Antinori. Per dissidi
poi sulla linea aziendale con la Constellation Brands subentrata a Mondavi da
qualche mese, che voleva scendere di "segmento" e Frescobaldi che
voleva mantenere i brand di lusso, i marchesi fiorentini nel 2005 acquisirono
l'altra metà del colosso americano e diventarono gli unici proprietari della casa. C'è chi maligna sul fatto che tutta
l'operazione Mondavi sia stata artatamente creata per il fatto che Ludovico
Antinori mai avrebbe ceduto la tenuta direttamente ai nemici pari titolo
Frescobaldi, ma come vi avevo detto l'intreccio è tale da far sembrare la saga
quasi degna di una soap opera americana.
Per ritornare al Bolgheri Superiore Ornellaia
eccolo, combinato con una amatriciana in cornucopia di pecorino sapientemente
preparata dall'autoctona (perché di Rieti) Doretta, su ispirazione dell'Oste
della Bon'Ora ed una robusta "côte
à l'os" alla griglia. Il colore è ancora molto pieno per avere tredici
anni, e l'incipit all'olfatto è un po’
timido: sottobosco e accenni di confettura di frutta rossa, ma si deve ancora
aprire. Dopo una mezzoretta si va poi sul cuoio, in una progressione “terziaria”che ci porta poi
alla liquirizia, per volgere poi verso l’eucalipto, il mentolato, ma anche ad
un lieve tostato, su fondo sempre di frutta rossa matura, con un ventaglio
olfattivo strepitoso che quasi sembra un peccato interrompere per porgere il
bicchiere alla bocca. Qui la delicatezza dei tannini è paradigmatica, la
morbidezza al palato sensazionale e la persistenza lunghissima, con un
retrogusto dove i ricordi di frutta rossa si combinano con una certa dose di
cacao finale.
| L'Ornellaia celebrativo della venticinquesima vendemmia con l'etichetta di Michelangelo Pistoletto |
Tutto cio’ avviene dopo lunga macerazione di 25-30
giorni, 12 mesi di affinamento in barriques, assemblaggio della migliore della circa novanta miscele selezionate da
Axel Heinz, sei mesi ulteriori di barrique e altri dodici in bottiglia.
Del resto questa attenzione iniziale si riverbera
nella loro assoluta affidabilità e
longevità, che li ha fatti diventare anche
l'ultima frontiera dell'investimento finanziario, come indicato recentemente
dal Sole 24 Ore in un articolo apparso qualche tempo fa. Una bottiglia celebrativa dei venticinque anni di Ornellaia dello scultore Michelangelo Pistoletto è stata battuta da Sotheby a Londra lo scorso anno a 105.000,00 Euro e l'iniziativa volta a sovvenzionare enti artistici quale è la Vendemmia D'Artista, riscuote crescente successo da oramai sei anni e quest'anno vedrà protagonista il canadese Rodney Graham.
Ben vengano serate come questa, con l'Uomo dell'Aia che ci propone delizie, che siamo pronti ad onorare. Il prossimo sarà il turno dell'eccellenza spagnola della Ribera del Duero e di un altro mito, quello del Vega Sicilia.
Un caro augurio di Buona Pasqua a tutti i lettori.
martedì 28 gennaio 2014
Vagaggini, il Sangiovese e Amantis: i virtuosismi di un grande enologo
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| Paolo Vagaggini e Roberto Scalacci durante il corso ONAV alla sede CIA di Bruxelles |
Ho avuto la fortuna la scorsa settimana di poter passare due serate con
Paolo Vagaggini, secondo molti il maggiore esperto vivente di Sangiovese, enologo
di fama mondiale, che è stato uno dei cinque winemakers selezionati dalla
rivista americana leader del settore Wine Enthusiast nel 2013 per essere
designato quale enologo dell'anno ( il riconoscimento è andato poi allo chef de
cave di Moêt et Chandon Benoît Gouez, premiando forse piu' il "sistema Francia" che l'enologo in sé , seppur bravo).
Nella
prima serata nel nostro Corso ONAV tenuto presso la sede della rappresentanza
europea della Confederazione Italiana degli Agricoltori, Vagaggini ha
magistralmente descritto la vinificazione in rosso agli allievi assaggiatori
con una naturalezza ed un' aneddotica che solo i grandi possono avere: del
resto essere il consulente di un terzo delle cantine di Montalcino e fare il
Brunello per molte altre fra cui Biondi Santi, Ciacci Piccolomini di Aragona
per passare a Brunelli e a Il Palazzone (solo per citarne alcune), gli dà
un'autorevolezza quasi automatica, in parte derivante anche da quel suo tono di voce basso e quel
suo modo di parlare all'impronta, mai scontato, ma denso di contenuto.
All'estero la sua reputazione è notevolissima, e da grande conoscitore dei
mercati, in questa prima serata ha snocciolato, fra le altre cose, un concetto
che riassume l'importanza in Europa delle denominazioni d'origine e del
territorio in generale:
Il giorno successivo, invece, altra kermesse, questa volta nel locale Jamon
Jamon a Ixelles di due colleghi assaggiatori ONAV, Lola Cardenas e Matteo Rastelli.
La serata prevedeva la presentazione dell'azienda Amantis, la cui titolare
è Bernardetta Tacconi, moglie di Paolo Vagaggini, che ovviamente è l’autore di
tutti i vini. Bernardetta dopo la presentazione dell'amico Roberto Scalacci, direttore
dell'Ufficio CIA di Bruxelles e grande esperto di vino, ha introdotto l'azienda, specificando che il
nome Amantis, comprensibile in ogni lingua, testimonia della passione per il
vino e per il territorio che l’hanno accompagnata in questa avventura, cominciata nel 2000. 7-8 gli ettari di proprietà
per una produzione di circa 40.000 bottiglie annue. L'impianto prevede in media
8100 ceppi per ettaro con bassissimo rendimento e grande concentrazione,
600-700 grammi per pianta. In alcuni casi una sperimentazione estrema ha previsto che si coltivasse una parte del
vigneto a 20000 ceppi per ettari e 150 g per pianta (il vigneto più denso del mondo!), con una conseguente iper-concentrazione
dei mosti, soprattutto per la produzione degli IGT ad ispirazione Supertuscan,
di portata internazionale, che se cadono per terra "bucano il terreno", come ha tenuto a ribadire l'enologo
senese.
La DOC, prosegue Vagaggini, è la
Montecucco Sangiovese, di recente (2011) assurta a DOCG e l'azienda, collocata
fra l'Amiata e Montalcino, si trova a Montenero d'Orcia , nel comune di Castel
Del Piano, già in provincia di Grosseto. Sta proprio sulla riva sinistra del fiume
Orcia, e azzardando un paragone, Paolo, già collega del maestro Denis Dubourdieu
dell'Università di Bordeaux, provoca "… come a Bordeaux, dove i vini
migliori sono sulla Rive Gauche, anche noi siamo sulla rive gauche dell'Orcia…solo
che la Rive Droite, ahinoi!!, è proprio Montalcino". Qui Paolo tentenna e ripete che comunque a
livello di brand, nonostante spesso
la materia prima, le tecniche e i
vini siano spesso allo stesso livello di Montalcino, i
risultanti non sono quelli attesi: "Il
marketing non ci premia. Fra un medio Brunello o Rosso di Montalcino ed un
eccellente Montecucco il consumatore medio preferisce il Brunello. È questo il
prezzo delle giovani denominazioni…ma non ci arrendiamo!".
Introduce il primo vino. Si tratta di un Birbanera 2010, base aziendale;
IGT Toscana con un' etichetta curiosa, che secondo la filosofia aziendale, deve
esprimere il vino che c'è dentro: la birba in toscano è il gatto sul tetto e quindi questo vino, blend fra un 60 % di sangiovese, 20%
merlot, poi colorino, e petit verdot, deve essere abile, scattante e adattabile ad ogni palato
come un felino. Il sangiovese è riconoscibile all'olfatto, con quella nota di
viola che è una costante, oltre a ciliegia, quasi cotta, e una certa speziatura
, di pepe nero, che forse proviene, assieme alla robustezza, dal merlot. Molto
suadente e "di grande possenza",
come ogni IGT, e di una spiccata gradevolezza. Paolo poi, sottolineando la
necessità dell'affinamento, prosegue
dicendo che "Non c'è fiera che
tenga. E' il vino che vi parlerà e che vi dirà quando è pronto". Cio'
dicendoci quanto alta sia la ricerca della qualità, valore guida superiore
sicuramente ai capricci del mercato.
Qui Paolo chiarisce, quasi a creare un punto di cesura fra quanto detto
sinora e quanto da dire poi: " Come vedete con gli IGT prendiamo di mira i
mercati e sperimentando in questo modo ci divertiamo noi e facciamo contenti
chi li assaggia….quando andiamo sul Sangiovese, dovendo esprimere un territorio,
il gioco si fa serio" Qui ancora Paolo ci dice che il Sangiovese è
molto "lunatico" come
vitigno, risente molto dell'annata e del clima, e che , proprio per la sua
marcata aggressività, bisogna farlo riposare almeno un anno in bottiglia dopo il
classico affinamento in legno.
Quest'anno il sangiovese/brunello è di un'annata old style, come ha già annunciato in un video; è equilibrato,
proprio perché il clima non ha dato problemi, e quindi sarà destinato ad una
lavorazione tranquilla.
Assaggio il 2007, annata severa, e al naso risveglia in me le emozioni
provate con i migliori sangiovese. Visciole, speziatura dolce, polvere e
cioccolato e tannini molto dolci dopo 24 mesi di grandi botti di rovere di
Slavonia e in bocca bevibilità assoluta e morbidezza eccelsa. Il legno quasi
non si sente all’olfattiva , né si riverbera in bocca : “ Il boisé entra nel bouquet e non sovrasta il gusto del vino…in ogni mio
vino cerco di non snaturare le caratterstiche del vitigno con il legno, non è
nel mio stile” – specifica Vagaggini. Il 2008 Sangiovese Montecucco è più
pulito, con una nota di cilegia più chiara e una violetta percepibilissima.
Dulcis in fundo il Supertuscan della casa, quell’Iperione “titanico” per
possenza e struttura, ma elegantissimo in quanto a espressione gustativa. 90 % Cabernet Franc e
10 % Sangiovese, durante i rimontaggi non prometteva bene, almeno per i cantinieri, per il fortissimo
odore del cabernet, viene prodotto ogni tre anni dalle migliori vigne in
tremila esemplari. Abbiamo degustato il 2005, ancora tremendamente giovane alla visiva,
olfattiva e gustativa, molto speziato con un “after eight” (cioccolatino alla menta ) eclatante, toni cangianti
fino al cioccolato fondente a scaglie, con qualche accenno varietale di erbaceo
e peperone verde ancora intatti. Al palato è rotondo, pregnante, poi persistente
e lungo, con retrogusto quasi balsamico. Veramente un buon vino.
Per concludere Scalacci ribadisce che uno dei complimenti più accettati da
Vagaggini è quello “di fare i vini tutti
diversi”, rispettando uno ad uno territori e produttori di provenienza. Il fatto
di fare il taglio non al telefono, ma con i produttori che vanno via dopo tre ore “disfatti”
dal laboratorio a Siena, è indicativo
dell’attenzione con cui si compiono certe operazioni.
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| Con Paolo e sua moglie Bernardetta Tacconi, titolare della Amantis |
Alla mia domanda su enologi-consulenti chiacchierati e pratiche conducenti
a prodotti "poco personalizzati” (vedi micro-ossigenazione), Paolo si è
espresso molto diplomaticamente dimostrandosi in maniera velata contro questi
modi di fare, proprio perché per piccoli produttori come Lui queste pratiche
sono inconcepibili. Forse non lo sono se la produzione diventa industriale, ma
non è il suo caso.
In queste due sere mi sono veramente emozionato con Paolo Vagaggini, che mi
ha fatto respirare un’aria di “Sangiovesità”, mista a semplicità, trasmettendomi i
veri valori che sorreggono questa bevanda straordinaria, frutto di terre sempre
diverse.
giovedì 25 luglio 2013
Il Profumo del Chianti - La dinastia Antinori si racconta
Cio' che riacceso in me la voglia di scrivere è stata la lettura di un libro non nuovissimo, uscito nel novembre 2011, ma che ritengo fondamentale per tutti gli appassionati di vino: il Profumo del Chianti, di Piero Antinori, edito da Mondadori, regalatomi dall'amico Roberto Scalacci. In uno stile semplice ed evocativo, il Marchese fiorentino ci offre in un racconto, intessuto su sette dei suoi vini che danno il titolo ad altrettanti capitoli, tutte le tappe più significative, il credo, la filosofia, gli aneddoti e gli errori che hanno caratterizzato la scalata degli Antinori verso l'Olimpo del vino italiano e mondiale.
Certo non manca l'autocelebrazione della dinastia, ma fa parte del gioco: gli Antinori, noti commercianti di stoffe e seta, si iscrissero all'arte fiorentina dei "Vinattieri", chi vende il vino o lo produce, nel lontano 1385 su consiglio della madre di Giovanni Antinori, Albiera degli Agli, nome cosi' caro al Marchese Piero da riproporlo per la sua primogenita, nata poco prima che lo stesso prendesse le redini dell'azienda nel 1966 da suo padre Niccolo'.
Da li' ne è passata di storia, tutta "in house", con un semplice società a responsabilità limitata e senza pagare un dividendo, ma solo salari, anche alle figlie proprietarie. L'eccezione è il periodo che il Marchese definisce buio che va dal 1985 al 1992, quando l'azienda, in temporanea difficoltà per delle diatribe familiari con il fratello più piccolo Ludovico, cedette parte delle proprietà al'inglese Whitbread, società invece quotata in borsa e con altri obiettivi : la " vintage strategy" dell'azienda, cosi' come descritta qualche anno fa dal Wall Street Journal, la strategia che punta al futuro, che vede in un investimento in un vigneto per meno di quarant'anni qualcosa di troppo limitato nel tempo, non si addiceva alle preferenze di mercato degli albergatori inglesi. Con enorme sforzo, tramite un singolare episodio di liquidazione delle plusvalenze ottenute dalla vendita delle partecipazioni Fondiaria, azioni chiave per Montedison e il gruppo Gardini, e l'appoggio di qualche banca, finalmente Piero riusci' a riportare nel 1992 la Antinori al modello del family business.
Family business che oggi si impernia sulla figura delle tre figlie di Antinori, la già citata Albiera, poi Allegra e Alessia, che gradualmente sono state avvicinate ad essere non solo donne di marketing e di business, ma anche di vigna: Alessia è enologa e si occupa dello sviluppo di alcune tenute, fra cui anche quella della Franciacorta, Montenisa, i cui terreni sono presi in affitto dai conti Maggi. Il racconto di Piero ci porta poi al Villa Antinori, nato nel 1928 da un'intuizione di suo padre Niccolo', la cui boutade classica era " A Bordeaux hanno i castelli, in Toscana abbiamo le Ville". Questo vino è un Chianti rinnovato a predominanza sangiovese, ma con una giusta dose di transalpinità con cabernet sauvignon e merlot dalla Gironda ed un tocco di syrah del Rodano. Del resto fu proprio la Francia, paradossalmente, che permise agli Antinori di entrare nel mercato tedesco: ad una degustazione alla cieca a Brema, davanti ad un importatore di prestigio, il giovane Piero riusci' ad indovinare un vino della AOC Graves, persino l'anno, contribuendo ad accattivarsi le simpatie delle persone che contavano in quella sede, e a stipulare contratti dopo.
| Il Marchese Antinori con le tre figlie, Albiera, Allegra ed Alessia |
Questi "vinattieri" da ventisette generazioni, che dai loro poderi di San Casciano Val Di Pesa si sono estesi fino a possedere oramai 2358 ettari vitati, di cui 1742 in Italia, hanno sempre avuto il vizio della internazionalizzazione o globalizzazione che dir si voglia. Del resto per Piero "Viaggiare apre la mente" e l'inglese è sempre stato di casa, vista la "americanità" di sua madre, Carla della Gherardesca, che aveva avuto madre e nonna americane. Internazionalizzazione che ebbe una consacrazione nel 2000, anno in cui il SOLAIA, blend fra Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Sangiovese, ottenne il riconoscimento di migliore vino dell'anno per il vendemmia 1997 dal Wine Spectator, la prestigiosa rivista del guru del mercato del vino statunitense e mondiale Robert Parker. Questo vino apparso nel 1979 e modificato con aggiunta del Sangiovese nel 1982 ho avuto il piacere di degustarlo in una delle mie cene brussellesi e certamente non è fra quelli che si possono dimenticare : durante la cena cambio' sentori, profumi e sapori almeno quattro volte arrivando a saggiare tutte le nostre capacità organolettiche...del resto i suoi 150,00 Euro a bottiglia li deve pur valere!!
Inoltre simpatico nel libro è stato il passaggio relativo alla filosofia dell'azienda e alla catena delle P, a quelle parole chiave che devono animare il lavoro della stessa : P come Pazienza, perché, per investimenti che portarono gli Antinori nell'élite del Chianti Classico (quali Peppoli e Badia a Passignano) il tempo, nonostante non compreso dalla Whitbread, era il 1985, ha la sua importanza: "Oggi ...il pensiero e la parola corrono velocissimi sul web...Il vino no, ha da sempre gli stessi tempi e non li puo' accelerare". La Seconda P è quella della Perseveranza, che ti impone di "provare e riprovare" per sconfiggere le malattie della vite, come per trovare la giusta combinazione degli assemblaggi o sfondare in nuovi mercati, dove non solo devi produrre un buon vino, ma lo devi saper "far conoscere e circolare". La P di Previdenza che ti aiuta in tutto il rischioso ciclo del vino dalla Vigna alle Cantine, ma che deve essere sempre presa in considerazione quando si tratta di dover ben investire: i fallimenti delle operazioni Santi, con il Soave, e Bigi, con l'Orvieto Bianco, fecero denotare, per la Antinori, una mancanza di Previdenza, se non una palese sufficienza.O ancora la Precisione, necessaria "miscela fra perfezionismo e pratica" che serve al viticoltore per gestire al meglio i ritrovati della chimica sia sulla vite che in cantina, ovvero le tecniche di vendemmia e il controllo della maturazione : ogni grappolo deve essere staccato dalla vite al momento giusto, altrimenti il vino non sarà quello che si aspetta. Solo dopo di questo c'è la P di Profitto, che deve essere un mezzo e non il fine, il mezzo per poter poi reinvestire in qualità e in efficienza nell'azienda, rimanendo meramente " vettore di miglioramento", per " lasciare alla prossima generazione un'azienda migliore di quella ricevuta". In ultimo quale summa P che raccoglie tutte le altre, c'è la Passione, quale "scintilla molto mediterranea" che dà il senso del'Italianità e che si estrinseca in un "Sistema del Bello" cui ogni cittadino dell'italica penisola è stato educato e che si riverbera in un'italianità concepita nel mondo come " raffinatezza, creatività, buon gusto e dolce vita". Visione abbastanza idillica, ma che comunque ci offre un quadro di cio' che dovrebbe essere lo spirito di un'impresa, soprattutto quando è ancora intesa come familiare.
E nella famiglia erano entrati a far parte, continua il Marchese, anche Giacomo Tachis e Renzo Cotarella, enologi e ammisistratori dell'Azienda, nonché due degli uomini del vino fondamentali per la Storia del settore in Italia. Tachis, in Antinori dal 1961, fu assunto a nemmeno 30 anni su indicazione del professore di agronomia Garoglio e a seguito della sua strepitosa ascesa professionale, venticinque anni dopo l'investitura del Marchese Piero, a coronamento di una lunga carriera, gli è stato assegnato nel 2011 dalla rivista inglese Decanter il riconoscimento di Man of the Year. Lo stesso Tachis, piemontese classe 1933, che non solo è il padre del Sassicaia, vino di Mario Incisa della Rocchetta, zio di Piero Antinori, o del Tignanello IGT (un Chianti dal 1971 ripulito dalle bacche bianche della formula di Ricasoli e con passaggio in barrique, che apri' la strada ai c.d. Super Tuscans) di punta della Antinori, ma che è stato il traspositore italiano dell'opera di Emile Peynaud in Francia, che ha introdotto e fatto comprendere le diverse tecniche di selezione delle viti e delle fermentazioni, (è stato lui a introdurre la malolattica), e il primo a "creare una nuova filosofia del vino...dicendo che il vino deve nascere da un patto con il territorio, come distillato dell'essenza di una terra". Tachis ha una storia di consulente riconosciuta anche in altre cantine, ma ha incarnato il credo Antinori per decenni e ne ha facilitato l'innovazione nel mondo del vino.
Altro enologo che è cresciuto in famiglia è Renzo Cotarella, l'"autore" del Cervaro della Sala, bianco di punta umbro della scuderia Antinori, proveniente dall'Orvietana Tenuta della Sala, acquisita da Niccolo' Antinori nel 1940, ed "artefice" altresi' del Guado al Tasso, creatura proveniente dalle tenute della Gherardesca di Bolgheri, Super Tuscan di diritto sulla scia del Tignanello e alter ego dell'altro top wine bolgherese Ornellaia (voluto invece dal fratello di Piero, il Marchese Ludovico Antinori, anch'esso Wine of the Year per il Wine Spectator nel 2001).
Cotarella, giovanissimo, fu assunto non ancora laureato nel 1977 e si occupo' in primis della ristrutturazione della tenuta della Sala, poi si dedico' anima et corpore alla creazione di un vino che si ispirasse ai bianchi di Borgogna, che potesse affermarsi "per carattere e personalità, rappresentando in toto il territorio e il produttore". Questo vino venne nel 1986, misto fra Chardonnay e Grechetto e che gli Antinori definirono il Tignanello Bianco, per averne in comune anche il passaggio nelle botti piccoli di 225 litri, cosi' care ai francesi.
Cotarella è il consolidatore dell'opera del rivoluzionario Tachis ed è Lui che è dietro i vini di tutta la galassia di cantine Antinori in Italia e nel mondo: dalle tenute etrusche della Braccesca a Cortona e Montepulciano, o della fattoria delle Mortelle in Maremma, con il Botrosecco creato assieme ad Alessia Antinori, titolare dell'azienda; dai sessanta ettari vitati di Montalcino che danno dal 2000 il Brunello aziendale Pian delle Vigne, dalla tenuta di Forano nel Lazio, ripresa dopo l'espianto di Boncompagni Lodovisi e che dovrebbe ridare i propri vini già dal 2015.
Cotarella è anche dietro i vini Tormaresca in Puglia, ottimo il Moscato dolce di Trani e il Pietrabianca Chardonnay, che ha anche acquisito nel brindisino recentemente la fattoria Maime; coordina gli enologi, fra cui David Landini, nella tenuta Monteloro a Fiesole dove gli Antinori coltivano vitigni a bacca bianca nordici, quali il Riesling Renano, il Pinot Bianco , il Gewurzraminer, che hanno la loro massima espressione nel vino Montebraccio ( per una panoramica sulle tenute cliccate sul sito Antinori). Nelle Langhe alla Prunotto, fiore all'occhiello di Albiera che la gestisce, il Barolo lo fa invece Gianluca Torrengo.
Senza menzionare gli altri possedimenti all'estero sempre sotto l'egida dell'enologo ternano, eppure importanti, citiamo solo l'Antica Napa Valley e la Stag's Leap-Cellar, tenuta che nel 1976 fu protagonista del famoso Judgment of Paris, in cui ad una degustazione alla cieca di sommelier francesi i migliori vini bianchi e rossi risultarono quelli americani, fra i quali il cabernet di questa cantina ( episodio simbolicamente riconosciuto come spartiacque per il rapporto con il nuovo mondo del vino). Tre cantine americane, una in Ungheria, altre in Romania e Malta e una in Cile: il tutto cercando sempre di creare sinergie fra cantine e produttori e all'insegna dell'innovazione. Innovazione che ha portato l'Azienda Antinori ad uscire dal centro di San Casciano Val di Pesa e creare le cantine al Bargino, appena fuori San Casciano, creando uno spazio di lavoro e di rappresentanza di natura quasi monumentale, disegnato dal giovane architetto fiorentino Casamonti: cantina ecologica che sfrutta la luce naturale e con la presenza di musei interni che ne fanno un vero e proprio centro di cultura e un monumento all'enologia e alla creatività italiana, in linea con quanto fatto da Vittorio Moretti a Suvereto con Petra di Mario Botta e da Paolo Panerai nelle cantine di Rocca di Frassinello, ad opera del grande Renzo Piano.
Come vedete un libro che è una miniera di informazioni e consigli, e che esalta largamente le gesta della famiglia, che effettivamente sta facendo molto per il vino italiano. Un fenomeno da forse cinquantamilioni di bottiglie o più l'anno che ha pochi eguali e che comunque rende onore al brand italiano all over the world. Una lettura che avvicina ad un mondo affascinante ed assai competitivo e ad un'impresa ben condotta, che grazie a dei seri principi e ad una folta schiera di validi collaboratori, riesce a combattere le classiche fraglilità delle wine dinasties. L'ho trovato molto educativo e ne consiglio la lettura a tutti e in specie a sommeliers e appassionati di vino.
| Giacomo Tachis con le sue creature Tignanello e Sassicaia |
Altro enologo che è cresciuto in famiglia è Renzo Cotarella, l'"autore" del Cervaro della Sala, bianco di punta umbro della scuderia Antinori, proveniente dall'Orvietana Tenuta della Sala, acquisita da Niccolo' Antinori nel 1940, ed "artefice" altresi' del Guado al Tasso, creatura proveniente dalle tenute della Gherardesca di Bolgheri, Super Tuscan di diritto sulla scia del Tignanello e alter ego dell'altro top wine bolgherese Ornellaia (voluto invece dal fratello di Piero, il Marchese Ludovico Antinori, anch'esso Wine of the Year per il Wine Spectator nel 2001).
| Renzo Cotarella |
Cotarella è il consolidatore dell'opera del rivoluzionario Tachis ed è Lui che è dietro i vini di tutta la galassia di cantine Antinori in Italia e nel mondo: dalle tenute etrusche della Braccesca a Cortona e Montepulciano, o della fattoria delle Mortelle in Maremma, con il Botrosecco creato assieme ad Alessia Antinori, titolare dell'azienda; dai sessanta ettari vitati di Montalcino che danno dal 2000 il Brunello aziendale Pian delle Vigne, dalla tenuta di Forano nel Lazio, ripresa dopo l'espianto di Boncompagni Lodovisi e che dovrebbe ridare i propri vini già dal 2015.
Cotarella è anche dietro i vini Tormaresca in Puglia, ottimo il Moscato dolce di Trani e il Pietrabianca Chardonnay, che ha anche acquisito nel brindisino recentemente la fattoria Maime; coordina gli enologi, fra cui David Landini, nella tenuta Monteloro a Fiesole dove gli Antinori coltivano vitigni a bacca bianca nordici, quali il Riesling Renano, il Pinot Bianco , il Gewurzraminer, che hanno la loro massima espressione nel vino Montebraccio ( per una panoramica sulle tenute cliccate sul sito Antinori). Nelle Langhe alla Prunotto, fiore all'occhiello di Albiera che la gestisce, il Barolo lo fa invece Gianluca Torrengo.
Senza menzionare gli altri possedimenti all'estero sempre sotto l'egida dell'enologo ternano, eppure importanti, citiamo solo l'Antica Napa Valley e la Stag's Leap-Cellar, tenuta che nel 1976 fu protagonista del famoso Judgment of Paris, in cui ad una degustazione alla cieca di sommelier francesi i migliori vini bianchi e rossi risultarono quelli americani, fra i quali il cabernet di questa cantina ( episodio simbolicamente riconosciuto come spartiacque per il rapporto con il nuovo mondo del vino). Tre cantine americane, una in Ungheria, altre in Romania e Malta e una in Cile: il tutto cercando sempre di creare sinergie fra cantine e produttori e all'insegna dell'innovazione. Innovazione che ha portato l'Azienda Antinori ad uscire dal centro di San Casciano Val di Pesa e creare le cantine al Bargino, appena fuori San Casciano, creando uno spazio di lavoro e di rappresentanza di natura quasi monumentale, disegnato dal giovane architetto fiorentino Casamonti: cantina ecologica che sfrutta la luce naturale e con la presenza di musei interni che ne fanno un vero e proprio centro di cultura e un monumento all'enologia e alla creatività italiana, in linea con quanto fatto da Vittorio Moretti a Suvereto con Petra di Mario Botta e da Paolo Panerai nelle cantine di Rocca di Frassinello, ad opera del grande Renzo Piano.
| L'esterno della nuova Cantina Antinori a Bargino |
venerdì 26 aprile 2013
Il mio Vinitaly – Part I – Da Cori alla Tenuta Colfiorito (Colle Cocciano) – Visita allo stand del Lazio
| A Verona, davanti allo stand del Lazio |
| Il 5 Grappoli 2013, Capolemole Bianco di Cori di Marco Carpineti |
Ho fatto i miei classici tour soffermandomi con piacere negli stand della mia regione, piuttosto scarni come veste a dire il vero per "presumibile" mancanza di supporti regionali. Ho avuto modo di trattenermi a bere l'"opera omnia" di una delle prime cantine laziali ad usare il biologico, certificata dal lontano 1994, quella di Marco Carpineti di Cori, di cui ho riassaggiato, (ne sono da tempo un estimatore), voluttuosamente tutti i vini serviti da sua figlia, già competente e preparata, trovandoli veramente un inno alla territorialità. Questo grazie alle grandi espressioni di vitigni tipici quali il bellone bianco e la malvasia puntinata del Lazio (che arrivano a livelli fantastici nel Capolemole bianco, non per niente 5 grappoli AIS 2013), l'arciprete in versione dolce (ottimo il Ludum), e il nero buono di Cori, che raggiunge il massimo nel Dithyrambus e nel Capolemole rosso, in uvaggio con montepulciano e cesanese. Sorprendentemente all'altezza anche il metodo classico brut da bellone, con una persistenza e freschezza in bocca davvero "remarquables", e ottimo anche il moro bianco da uve greco bianco, nelle versioni dei due cloni greco moro e giallo. I Capolemole sono DOC Cori, mentre gli altri citati sono degli IGT Lazio. Davvero interessante questa azienda da 41 ettari di vigneto e 12 di uliveto.
| Una vista dall'alto della tenuta Colfiorito, a Castel Madama, in Provincia di Roma |
| L'imperatore Nerva |
Sorpreso da questo fatto anch' io, subito mi sono diretto verso la persona distinta che era al banco d'assaggio, chiedendogli di versare un rosso anche se erano le 9.30 di mattina del giorno d'apertura del Vinitaly (forse mi ispirava di più la bottiglia). Mio cugino Antonio Rocchi, che accompagno spesso negli stand in queste occasioni, alla ricerca di novità da proporre al mercato belga, mi presenta come persona di Castel Madama a chi mi versa il vino, che scopro trattarsi del "famoso" (almeno in paese) Notaio Giuseppe Ramondelli, professionista romano di origini abruzzesi della Valle del Sangro, proprietario del podere.
| Un'immagine dal web del notaio Ramondelli |
Mi parla, assieme a sua moglie (che nel frattempo mi fa assaggiare pane e olio extravergine a predominante cultivar "montanese" o montonese come si dice in paese ed altri battuti di olive prodotti in collaborazione con un'altra importante azienda locale, Ficacci) di come la villa nei secoli sia stata ora un convento, ora una casa colonica, ora nell'800 addirittura un essiccatoio per le piantagioni di tabacco, una delle diverse colture cui il podere era sottoposto, seguendo una certa rotazione. Dei 35 ettari del podere 22 sono oggi coltivati ad uliveto, che dà circa 60 ettolitri di olio annui, 6 a vigneto e 6 ettari sono di giardino. Lo stesso notaio mi comincia a parlare della storia della Tenuta, di come un suo zio, Vincenzo Colapietro, notaio anche lui, nel 1958 acquistò i 35 ettari del podere di Villa Cocceia dalla famiglia Fraschetti e di come Lui stesso la ricevette in eredità assieme ad altri eredi, prima di riacquistarla per intero il 1 gennaio 2001. Il notaio continua raccontandomi di "averci messo la sua esistenza", investendo circa 2,5 milioni di euro in dodici anni nell'impresa di costruire quest'azienda agricola, certificata anch'essa biologica e con un piccolo frantoio interno anch'esso certificato. La "parola d'ordine è la qualità", lo scopo è combinare l'antico della villa con la modernità della produzione ed in effetti le cantine incarnano questi due aspetti: sono le stesse di un secolo fa, ma riequipaggiate con prodotti tecnici d'avanguardia. Discutendo un po' su come si fosse trovato con i cittadini di Castel Madama, il notaio spende qualche amara considerazione su come purtroppo non abbia saputo cosi' coinvolgere la popolazione nella conduzione dell'azienda e l'amministrazione locale nella opportunità di intraprendere iniziative congiunte, specie riguardanti la possibilità di avere una DOP per l'olio o per il vino, una Terre Tiburtine che darebbe maggiore tutela e blasone ad una serie di prodotti e produttori (sembra che il procedimento iniziato nel 2005 con proposta pubblicata in G.U. 178 per il solo olio, si sia arenato in fase abbastanza avanzata, anche per mancanza di appoggio politico).
Da 7 anni ha preso forma l'idea della produzione di vino, con un impianto di ulteriori 3,5 ettari in una parte del podere esposta verso sud. Oltre alle precedenti coltivazioni di Malvasia puntinata del Lazio, Greco(hetto) e di Cesanese, sono stati aggiunti Incrocio Manzoni (riesling-pinot bianco) Pecorino, Montepulciano e Sangiovese. L'enologo che si è occupato del nuovo impianto e dei vini prodotti, e che lo stesso notaio mi ha presentato, è il dottor Daniele Di Mambro, di scuola Frescobaldi, dell'équipe di enologi della Tenuta dell'Ammiraglia di Magliano di Toscana in Maremma, di proprietà dei marchesi fiorentini. E' l'esordio al Vinitaly e quest'anno si troverà spazio anche al Cibus di Maggio a Parma. Le bottiglie prodotte da questa azienda, che impiega 6 persone di cui tre a tempo parziale e tre a tempo pieno, sono 30.000 per il momento con possibilità di raddoppiare il numero una volta giunto a pieno regime il giovane vigneto del 2006. Il primo anno di produzione è stato il 2011. I vini sono tre: un bianco chiamato Sorgente, un uvaggio di greco e malvasia puntinata del Lazio, che è molto fresco e mantiene una certa aromaticità data dalla malvasia, ed un buon rosso, il Villa Cocceia, abbastanza robusto, composto di un uvaggio fra sangiovese e cesanese. Buona struttura, sentori di bosco su tutti, con una speziatura percettibile di pepe nero. A mio avviso si esprimerà meglio il prossimo anno, e anche la vite, fra qualche anno, potrà produrre uve di maggiore qualità.
Last but not least un chiaretto, il Rosa dei Venti, da uve sangiovese, molto fresco e con un certo carattere, anche se devo ammettere che raramente i chiaretti o rosati fanno breccia nel mio palato.
Questi vini sono disponibili nel nuovo ristorante a Castel Madama gestito dal collega sommelier Fernando Pucella, "Casa Fernando", aperto su prenotazione. I prezzi: 5 euro per gli operatori, 9 Euro al pubblico, ci assicura il notaio.
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